Trapani, domenica sera: sei gol, un trionfo. Ma ciò che resta non è il calcio giocato, bensì l’urlo di uno stadio che ha preso di mira l’assessore Barbara. «Uomo di m…», il coro che ha acceso lo scandalo. Volgare? Certo. Condannabile? Sicuramente. Ma ridurre la questione alla solita demonizzazione dei tifosi è non capire nulla di ciò che sta accadendo.
In Italia abbiamo un vizio antico: pensare che il popolo abbia sempre torto. Dall’alto delle istituzioni e dei salotti buoni, ogni espressione popolare viene bollata come barbarie. È lo stesso disprezzo che gli aristocratici romani riservavano alla plebe dell’anfiteatro. Ma spesso è proprio il boato della folla a dire la verità che i palazzi non vogliono ascoltare.
Lo sport moderno è incompatibile con la burocrazia italiana. È come voler governare una nave con remi spezzati e vele strappate. Abbiamo stadi fatiscenti, palazzetti cadenti, tutti di proprietà pubblica, tutti vittime di regole assurde e tempi infiniti. Nel resto d’Europa lo sport è impresa, spettacolo, comunità; da noi è un relitto che affonda tra determine dirigenziali e carte bollate. Eppure ci scandalizziamo se la ciurma — i tifosi — protesta a modo suo.
La fede sportiva non è un dettaglio folkloristico, è un collante identitario. A Trapani, come a Palermo, Catania o Siracusa, il calcio è appartenenza, è riscatto, è la voce di chi spesso non ne ha. E quell’urlo, sguaiato, volgare, non è altro che la frustrazione di una città che vede nello sport l’unica arena di dignità. Liquidare i tifosi come “teppaglia” significa disprezzare la loro passione, ridurre a rumore ciò che invece è sentimento collettivo.
E poi c’è Antonini. Crocifisso da molti come padrone ingombrante, ma in realtà l’unico ad aver dato di nuovo lustro e vittorie a Trapani. Certo, ha i suoi modi, il suo carattere, le sue frasi da romanzo criminale. Ma senza di lui oggi non si parlerebbe di cappotto al Latina, né di entusiasmo ritrovato attorno al Calcio e al Basket. È troppo facile demonizzarlo: lui rappresenta quella libertà imprenditoriale che, quando lo Stato fallisce, può cambiare le cose. Difenderlo non significa sposarne ogni parola, ma riconoscere che ha riportato vita dove c’era abbandono e di questo, non solo i cittadini, ma anche la politica dovrebbe dargliene atto.
La politica si affretta a indignarsi, a produrre comunicati solenni e richiami a figure nobili del passato. Tutto molto elegante, tutto molto inutile. È come il capitano che, mentre la nave imbarca acqua, discute sul colore delle divise. Intanto la ciurma urla: non conosce la grammatica della diplomazia, ma conosce quella della verità.
Sì, il coro è stato offensivo. Ma la vera offesa è l’incapacità delle istituzioni di ascoltare la passione popolare, di dare risposte concrete invece di catechismi. Ogni volta che i tifosi vengono trattati come problema, e non come risorsa, la distanza cresce. E la voce della folla si fa più cruda.
L’Odissea ci insegna che non sono i comandanti distratti a portare a casa la nave, ma la resistenza testarda della ciurma che rema, che canta, che resiste ai mostri marini. Lo stadio di Trapani, domenica, non era un luogo di barbarie: era la tolda di una nave in tempesta, dove il popolo ha scelto di urlare la propria rabbia e fin quando il dissenso si manifesta a parole, per noi va sempre ascoltato.
Noi, stavolta, stiamo dalla loro parte.


